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| 2012-05-19
--->EDITORIALI |
Settegiorni Osservatorio economico |
I savonesi in cerca di lavoro erano, alla fine di febbraio, circa 22.200. Le richieste di cassa integrazione, nel mese di marzo, hanno riguardato 3.500 lavoratori. Ogni 10 persone, quelle che lavorano sono solo 4, una vorrebbe ma non trova, le altre 5 sono bambini, studenti e anziani. A salvare l’economia nel suo complesso sono le aziende orientate all’export, come la chimica e i mezzi di trasporto, poi il vetro, la meccanica. Non va bene l’agricoltura, non ci sono attese positive per il turismo, anche le attività portuali segnano il passo. La ritirata dei consumi coinvolge il commercio, i servizi e pesa sul mercato immobiliare. Il disastro sarebbe totale se non ci fosse la possibilità di attingere alle riserve. Nel senso che a salvare l’economia familiare sono i patrimoni – più o meno consistenti – che le generazioni più anziane hanno avuto la possibilità di accumulare nei decenni di espansione produttiva e in quelli dell’allegra finanza statale. Il problema è che questa “ricchezza” è destinata ad andare ad esaurimento e l’interrogativo cruciale è se finirà prima la crisi o i patrimoni familiari. Oggi la finanza dello Stato non è più allegra, anzi sono finiti i soldi. Le famiglie e le imprese vedono aumentare le loro difficoltà e, se non si indebitano, è perché le banche – impegnate a puntellare il loro stato patrimoniale ed a limitare le sofferenze - hanno stretto i cordoni della borsa, lesinando i crediti. Sono le avvisaglie di quella che, secondo i guru del pessimismo, potrebbe diventare una “tempesta perfetta”, un gigantesco circolo vizioso. La ricetta che viene proposta a livello globale per evitare un drammatico abbassamento dei livelli di benessere raggiunti è di coniugare il rigore nei conti alla crescita produttiva. A livello nazionale il ministro dello Sviluppo Economico Passera ha annunciato l’avvio di un piano da 100 miliardi per nuove infrastrutture. Qualche miliardo è possibile spenderlo anche in provincia di Savona, con il non indifferente vantaggio che si tratta di risorse in gran parte impegnate da investitori privati. L’evoluzione di questi progetti – che vanno dal nuovo porto di Vado Ligure alla nuova centrale termoelettrica di Tirreno Power, dallo spostamento a Villanova di Piaggio Aero alla riconversione delle aree oggi occupate a Finale Ligure, dall’Aurelia bis di Savona al raddoppio ferroviario tra Andora e Finale Ligure – sembra essere ormai giunta all’ultimo miglio. Ed è un motivo di soddisfazione, perché nulla appariva scontato ai tempi della vecchia politica, quando tutte le scelte erano scandite dagli appuntamenti elettorali, la cui vicinanza aveva un effetto paralizzante su chi era chiamato a decidere. Oggi, quantomeno, è possibile discutere sulle cose concrete. Lo si è notato con chiarezza l’altra sera, a Vado Ligure, quando l’assoluta priorità di creare lavoro è stata fatta propria da tutti gli enti e dalle forze economiche e sociali. Un inizio di quella virtuosa coesione che dovrà riunire l’intera comunità savonese su un programma che possa aiutare la provincia ad andare oltre la crisi. Perché se è vero che per salvarci servono rigore e crescita a livello europeo e nazionale, è altrettanto certo che, sul territorio, c’è bisogno di forza e di responsabilità.
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